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La misura del rischio finanziario /6 – Conclusioni sul modello di Leva Finanziaria

Il modello matematico esposto (http://www.questidenari.com/?tag=leva-finanziaria), per quanto complesso, ancora non può considerarsi pienamente rappresentativo della realtà per più di un motivo.

L’aliquota fiscale, così come riportata, semplifica le diverse tipologie d’imposta riassunte sinteticamente nella costante “t”.

Ulteriore semplificazione è il computo di alcuni costi considerati sempre fissi, e di altri costi trattati sempre come variabili.

Altro ancora potrebbe aggiungersi, ma a conclusione del tema sulla Leva Finanziaria mi preme sottolineare la fondatezza, e soprattutto la rilevanza pratica, di un’affermazione espressa da un docente in risposta alla richiesta di chiarimento di un suo allievo, quando quest’ultimo – durante un corso di formazione professionale – parlò di convenienza ad aumentare il debito al verificarsi della condizione di economicità (Roi > i).

Lo studio della teoria, per quanto proficuo, non deve fuorviare. Nella realtà operativa non ha senso parlare di convenienza in modo restrittivo, ma piuttosto di necessità a variare l’ammontare o le caratteristiche del debito: il riferimento è quello già descritto dell’impresa che non dispone in autonomia dei capitali sufficienti a finanziare l’attività. Oppure si potrebbe citare l’esempio dell’azienda che intende ristrutturare il proprio debito rimodellandone le scadenze.

L’analisi di fattibilità dell’operazione, in ogni caso, passa per un modello la cui utilità è più concettuale che pratico-operativa. In altri termini, un qualsiasi impianto teorico non sostituisce l’autonomia decisionale, né può assumere rilevanza estrema la costruzione di uno schema che rappresenti l’azienda nella maniera più fedele possibile, dato che la quantità di variabili in gioco e la relativa difficoltà di stima corretta è senza dubbio molto alta. E’ importante, piuttosto, creare un bilancio previsionale che consenta agli amministratori di orientarsi per linee di massima alla ricerca dei valori di equilibrio secondo la loro idea di azienda.

Quando si tratta la finanza aziendale, non a caso, si parla di “indicatori” la cui valenza descrittiva non va intesa in maniera rigida ed inequivocabile, per quanto rispondano a leggi deterministiche; e cioè, lo studio della disciplina comporta l’elaborazione di costruzioni matematiche derivate dalla contabilità che nel complesso, e più adeguatamente possibile, siano atte ad indicare – appunto – la direzione da seguire per la sana gestione d’impresa. Se poi la “strada” sarà esattamente pianeggiante o fatta di dossi, se sarà rettilinea o piena di curve, questo potrà essere appurato solo col tempo, quando si renderà opportuno intervenire con un cambiamento di rotta.

Pertanto, la decisione del management di fare ricorso alla leva finanziaria verrà assunta anche quando il ritorno sui capitali investiti sarà “pericolosamente” vicino al tasso passivo sugli interessi da corrispondere alle banche, nella consapevolezza che una tale azione di governo dovrà essere condotta in parallelo ad un’opera di abbattimento dei costi operativi, alla scelta delle migliori condizioni di costo, e al monitoraggio costante dell’evoluzione dei principali indicatori. Se il bilancio pro-forma indicherà una remunerazione della proprietà soddisfacente, o perlomeno in linea con le attese, allora si procederà con l’operazione di finanziamento; altrimenti si dovrà andare avanti per tentativi modificando le variabili alla base del modello sulla scorta delle indicazioni ottenute prima, nella consapevolezza che la teoria indica la strada giusta ma non è in grado di rappresentarci fedelmente le caratteristiche del tracciato da percorrere. Anche questo, a ben vedere, rientra nella logica dell’intrapresa.

La misura del rischio finanziario /5 – Superamento dei limiti del modello teorico di Leva Finanziaria

Il problema delineato (http://www.questidenari.com/?p=1619) che affligge la remunerazione della proprietà, sia che abbia ad origine l’aumento del capitale investito in conseguenza del ricorso al finanziamento bancario, sia l’aumento del tasso d’interesse passivo, può essere superato, o quanto meno attenuato, da una manovra finalizzata ad aumentare il reddito operativo.

In altri termini, al fine di non incappare in un “effetto spiazzamento” del ROE causato da un aumento indiscriminato delle risorse finanziarie erogate dalla banca, è fondamentale accompagnare ogni manovra di ricorso alla Leva Finanziaria con una modificazione della struttura operativa.

E cioè a dire che non solo occorre pianificare un aumento del capitale investito in termini quantitativi, ma pure valutare la qualità della manovra in termini di ripercussioni sulla struttura dei costi: ad esempio, il finanziamento verrà utilizzato per acquistare un determinato macchinario dalla tecnologia innovativa, e l’acquisto del cespite modificherà la struttura dei costi aumentando la componente fissa e diminuendo quella variabile. L’effetto congiunto comporta un abbattimento dei costi della gestione tipica?

Se la risposta fosse negativa, verrebbe a mancare la condizione di incremento del profitto operativo che consente di controbilanciare la caduta del ROI per effetto del maggior capitale investito, e la manovra finirebbe per abbattere la remunerazione della proprietà, anziché aumentarla. E’ quanto accadeva nella situazione rappresentata nelle Tavv. 8 e 9 dove il reddito operativo rimaneva costante.

Al contrario, un efficientamento della struttura operativa che riduce i costi totali ci consentirebbe di sperimentare una situazione analoga a quella già sintetizzata in Tav. 7, ma stavolta dagli effetti benefici più tenui in termini di maggiorazione del ROE, a causa dello scardinamento dell’ipotesi iniziale di invarianza del capitale investito, scarsamente realistica.

Tenete d’occhio i numeri delle Tavv. 12 e 13 seguenti: se dalla situazione iniziale (A), riassunta nel reddito operativo (RO) pari a 15 e nel quoziente d’indebitamento q = 0,3 che determinano ROE = 10,8%, si passa a quella finale (B) in cui RO = 20 e q = 0,416 che determinano ROE = 13,7%, l’effetto leva finanziaria positivo che si registra è soltanto pari a LF = +1,4% (ovvero ROE = 13,7% al netto di ROE = 12,2% circa che si sarebbe ottenuto rimanendo sulla vecchia retta tracciata per q = 0,3 in corrispondenza di ROI = 16,6%). Il valore registrato della Leva Finanziaria è inferiore al vecchio +4,1% (di Tav. 7) che era stato ottenuto a parità di capitale investito dopo la sostituzione tra il capitale di credito ed i mezzi propri, e la differenza è spiegata dal minor coefficiente angolare della nuova retta (causa quoziente d’indebitamento minore) e dal nuovo valore ROI preso a riferimento per il punto B di ascissa inferiore alla precedente (causa capitale investito maggiore)!

Tav. 12

Tav. 12: leva finanziaria positiva per effetto dell'aumento del reddito operativo e del capitale investito

Tav. 13

Tav. 13: grafico della leva finanziaria positiva per effetto dell'aumento del reddito operativo e del capitale investito

La soluzione tesa ad impedire gli effetti della Leva Finanziaria negativa delle Tavv. 8 e 9, come ormai è chiaro, è stata quella di modificare la struttura industriale per aumentarne il profitto e contrastare gli effetti negativi del cambiamento della struttura finanziaria. E una soluzione di taglio dei costi operativi è senza dubbio più facile da ipotizzare nell’immediato, piuttosto che una condizione di maggiori ricavi legati all’ottica temporale di medio-lungo termine, quando si manifesteranno appieno gli effetti economici del nuovo investimento nel macchinario.

E da quanto ho esposto nel precedente articolo, lo stesso ragionamento vale per una situazione di incremento del debito bancario associato ad un aumento del tasso d’interesse passivo: anche in tal caso i maggiori oneri finanziari andranno bilanciati da un abbattimento dei costi operativi.

Riprendendo le cifre dello stesso ultimo esempio per i = 11%, il ROE ottenuto nella situazione finale sarebbe pari a circa 12,4%, contro il solito 12,2% “letto” sulla vecchia retta (in corrispondenza di ROI = 16,6%) disegnata prima del ricorso (ulteriore) alle banche: il che comporterebbe, di fatto, l’annullamento dell’effetto leva pur in presenza di un (inadeguato) efficientamento della struttura operativa. L’aumento del tasso, in altri termini, ha reso trascurabile il beneficio per la proprietà quantificato dalla Leva Finanziaria, e la soluzione, nell’immediato, non può che ricercarsi in un ulteriore abbattimento dei costi della struttura industriale per l’ottenimento di un valore positivo soddisfacente di LF.

(continua http://www.questidenari.com/?p=2304)

La misura del rischio finanziario /4 – Limiti del modello teorico di Leva Finanziaria

L’impianto teorico finora costruito (http://www.questidenari.com/?p=1544) è sintetizzabile nel grafico seguente che riprende i numeri delle Tavv. 4 e 5 ed evidenzia il passaggio dalla situazione iniziale (A), dato un certo livello di ROI, di ROE e di grado d’indebitamento, a quella finale (B) in cui si sono manifestati una modificazione della struttura industriale (aumento del reddito operativo e quindi del ROI) e, congiuntamente, una modificazione della struttura finanziaria (aumento del debito e quindi di q):

Tav. 7

Tav. 7: effetto leva finanziaria positivo

Come ho già affermato, la Leva Finanziaria realizza la maggiorazione del ROE per una differenza pari al 4,1% circa.

Nella realtà, le cose sono senza dubbio più complicate. Una delle ipotesi alla base del modello, ad esempio, era costituita dall’invarianza del capitale investito all’aumentare del debito: un ampliamento del capitale di terzi, di conseguenza, si traduceva in una diminuzione del patrimonio netto per ugual valore, e segno contrario. Ma sappiamo che, normalmente, il ricorso alle banche non si traduce in un abbattimento dei mezzi propri; anzi, semmai, la banca assicura il proprio apporto solo a seguito di una più insistita partecipazione monetaria al rischio d’impresa da parte della proprietà.

Se allora ipotizziamo che l’incremento del debito si traduca (almeno) in un pari incremento del capitale investito (∆CT = ∆CI. Esempio: il mutuo è impiegato per l’acquisto di un immobile), dovremo considerare che si determina un aumento del quoziente d’indebitamento (q), tuttavia inferiore a quello registrato in caso di invarianza del capitale complessivo, ed una diminuzione del ROI, sempre per via dell’aumentato capitale investito al denominatore dell’indicatore di redditività:

Tav. 8

Tav. 8: effetto leva finanziaria in presenza di aumento del capitale investito

L’effetto leva che ne scaturisce è negativo (LF = -1,3% contro il +2,4% di Tav. 4 quando il capitale investito era costante) perché l’impresa ha proceduto col “passo del gambero”, uno avanti e due indietro:

Tav. 9

Tav. 9: grafico dell'effetto leva finanziaria in presenza di aumento del capitale investito

Non solo: nell’analisi condotta, si è sempre ipotizzato che il tasso d’interesse da applicare sul finanziamento bancario fosse costante, ovvero indipendente da fattori endogeni (come il rischio specifico aziendale collegato agli equilibri finanziario, patrimoniale ed economico) o esogeni (la variabilità dei tassi di mercato). Quando, invece, l’analisi del rating aziendale conduce le banche ad applicare spread mutevoli (per giunta collegati pure al rischio sistematico) che riflettono il grado di affidabilità dell’azienda a cui erogare le somme richieste – pensate ai due diversi livelli di ricarico applicati con riferimento alla stessa impresa, allo stesso tasso base e allo stesso contratto di mutuo che si compone di due parti distinte nel tempo: prefinanziamento e piano di ammortamento. O quando, ancora, l’evoluzione del sistema economico, e le connesse previsioni degli operatori dei mercati regolamentati e non, portano a modificare nel tempo gli interessi passivi corrisposti dalle aziende che hanno ottenuto finanziamenti a tasso variabile.

Tav. 10

Tav. 10: effetto leva finanziaria per aumento contestuale del capitale investito e del tasso d'interesse passivo

Il problema della variabilità dei tassi è riassunto nella Tav. 10 che, partendo sempre dalle cifre di Tav. 4, poi cambiate nella consueta misura per il debito (CT), il quoziente d’indebitamento (q) ed il capitale investito (CI), riporta i valori degli indicatori per un tasso d’interesse (i) elevato dall’8% all’11% al fine di renderli confrontabili con quelli di Tav. 8.

In termini di risultanze grafiche di Tav. 11, l’aumento del tasso realizza lo spostamento verso destra del punto (di ascissa i = 8%) corrispondente al centro del fascio di rette che rappresentano la generica funzione ROE = f (ROI, q, i = 8%). Si assiste così ad una traslazione della retta f2 costruita per q = 0,416 dato che il coefficiente angolare della formula [2] è immutato (debiti ed imposizione fiscale costanti), mentre l’intercetta è divenuta maggiormente negativa per via della variabile “i”.

Nell’ultima retta f3, in conseguenza del parallelismo, ogni livello di ROI si associa ad un minor livello di ROE, a parità di indebitamento che, come descritto, è passato dall’iniziale q = 0,3 nella f1 a q = 0,416. Il risultato che ne scaturisce è un più accentuato effetto leva negativo (LF passa da -1,3% a -2,6%), a significare una maggiore diminuzione della remunerazione della proprietà causata dall’aumento del tasso d’interesse passivo, a parità di condizioni.

Tav. 11

Tav. 11: grafico dell'effetto leva finanziaria per aumento contestuale del capitale investito e del tasso d'interesse passivo

In conclusione, ora è lampante che la costruzione del modello “teorico” di base non teneva conto della dinamica evolutiva gestionale né del contesto nel quale la realtà imprenditoriale si trovava immersa.

La risultante di tutte le forze descritte, ovvero il ROE ultimo rilevato, assume valori che dipendono dalle variabili del sistema specifico su cui si sta ragionando, come il livello di ROI (più o meno alto, e più o meno vicino al tasso di interesse passivo) ed il livello d’indebitamento (più o meno forte).

(continua http://www.questidenari.com/?p=1785)

La misura del rischio finanziario /3 – La quantificazione dell’effetto Leva Finanziaria

Le formule ed i grafici sinora evidenziati (http://www.questidenari.com/?p=1481) sono tornati utili a comprendere la logica della Leva Finanziaria.

Piuttosto che procedere ad ulteriori elaborazioni concettuali di questi principi, ritengo opportuno produrre una tabella, di lettura immediata, per sottoporre alla verifica dei numeri il senso delle stesse proposizioni.

Tav. 3

Tav. 3: quantificazione dell'effetto leva finanziariaData la situazione di partenza, riprodotta nella colonna di sinistra della Tav. 3, un incremento del quoziente d’indebitamento (∆q = +20%) – dovuto al solo aumento del debito – determina una maggiorazione del ROE che passa dal 10,8% al 13,2%; non dimenticate che ciò avviene perché il ROI (15%) supera il costo del debito (i = 8%).

Nelle stesse condizioni, una pari diminuzione del quoziente di indebitamento (∆q = -20%) determina un abbassamento del ROE (perché è diminuito il coefficiente angolare della retta), e quindi produce una Leva Finanziaria negativa – anche se, per una ragione di ordine trigonometrico, l’effetto leva si presenta inferiore al precedente in valore assoluto: LF fa registrare -1,3%, in termini di minor ROE, contro il vecchio +2,4%.

Si noti che il valore di LF non è stato calcolato per non creare confusione, ma comunque esiste, nel caso in cui l’indebitamento è pari al livello iniziale q = 0,3 (c.f.r. ultima riga della 1° colonna in Tav. 3): esattamente, LF è pari al ROE registrato per il menzionato quoziente d’indebitamento meno il ROE che si sarebbe ottenuto ponendo q = 0 nella formula [2].

Se ora volessimo apportare uno shock al nostro schema, ad esempio quello che si realizzerebbe a seguito di una modificazione nella struttura dei costi, verificheremmo ulteriormente la validità del modello matematico in ordine alla possibilità di misurare la Leva Finanziaria.

Infatti, supponiamo che l’azienda riesca ad abbattere in una certa misura i costi variabili (una situazione migliorativa rintracciabile nell’ottenimento di prezzi di fornitura scontati appare più realistica dell’abbattimento dei costi fissi per macchinari ed impianti) ovvero a portare il reddito operativo (RO) dal valore 15 a 20; la situazione iniziale (q = 0,3) e le due ipotesi di aumento e diminuzione del debito che abbiamo già valutato, rispettivamente identificate con q = 0,5 e q = 0,1 come sintetizzate nella Tav. 4, si prestano ad essere paragonate alle identiche situazioni di Tav. 5 in cui l’unico parametro modificato è il reddito operativo che sale nella misura descritta:

Tav. 4: RO = 15

Tav. 4: leva finanziaria e reddito della gestione operativa

Tav. 5: RO = 20

Tav. 5: leva finanziaria e reddito della gestione operativa efficientata

Il confronto tra le due Tavole esplicita in maniera ancora più efficace il senso del ricorso al debito per l’azienda in condizioni di equilibrio economico: l’incremento del RO, che a parità di condizioni si tradurrebbe nell’aumento del ROE pari a circa 4,2 punti percentuali attraverso il passaggio dal 10,8% al 15%, se associato all’aumento del debito conduce lo stesso ROE (sempre dall’iniziale 10,8%) al 19,2%, per un differenziale di 8,4 punti percentuali. Praticamente il doppio! La Leva Finanziaria (pari a 4,1% nell’esempio), dunque, ha svolto il ruolo di “moltiplicatore” dell’efficienza della gestione operativa.

Se volessimo verificare i numeri isolando la variabile ROI a parità di incremento del quoziente di indebitamento, dovremmo riferirci alla sola seconda colonna delle Tavv. 4 e 5: il beneficio misurato da LF risulta più spiccato, con un ∆ che passa da 2,4% (Tav. 4) a 4,1% (Tav. 5), quando si verifica l’abbattimento dei costi operativi. Da ciò traiamo un’informazione in più: la Leva Finanziaria amplifica (come sappiamo) il rendimento percentuale del patrimonio netto, ed accentua la sua azione in concomitanza di un più elevato livello di ROI.

Idem per la terza colonna delle due Tavole, ma stavolta in senso peggiorativo: la decurtazione del ROE, a parità di diminuzione del debito, è più forte in presenza dell’efficientamento della struttura operativa (LF = -2,2% contro il vecchio -1,3%).

E questo è proprio il senso della nostra analisi: gli esempi numerici esposti, inequivocabilmente, dimostrano che la variazione del debito “esalta” o “deprime” il tasso di remunerazione della proprietà, e la sua azione è tanto più intensa al crescere del rendimento dei capitali investiti come si nota subito dal grafico successivo:

Tav. 6: quantificazione della Leva Finanziaria per diversi livelli del ROI e del quoziente d’indebitamento

Tav. 6: quantificazione della leva finanziaria al variare del ROI e del debito

La lettura del grafico di Tav. 6 nel senso inverso del passaggio dal 20% al 15% del ROI, ovviamente, ci restituisce un più contenuto effetto leva per i diversi livelli d’indebitamento.

(continua http://www.questidenari.com/?p=1619)

I centri di costo della RAI: Annozero, Ballarò e Report

E’ apparso sul Corriere.it un interessante articolo che pone in risalto la questione della completa trasparenza dei numeri espressi dai canali Rai in materia di costi e ricavi.

In particolare, il pezzo affronta l’argomento della valutazione economica inerente alcuni programmi delle emittenti nazionali, e specifica – parlando di onestà intellettuale – che il costo delle trasmissioni condotte in Rai, prima di essere giudicato in base allo schieramento politico del giornalista, andrebbe paragonato all’audience ottenuta per ciascuna puntata (o al ritorno conseguito in termini di budget pubblicitario) e con rilevazioni tutte riguardanti lo stesso periodo di tempo, dato che presenza e gradimento dei telespettatori sono mutevoli in continuazione.

Ad esempio, con riferimento alla trasmissione “Ballarò” di Floris, Rai3 spende 15 centesimi di euro per raggiungere un telespettatore, meno di quanto spende per Milena Gabanelli (“Report”: 0,45 euro a telespettatore) e meno di quanto spende Rai2 per Michele Santoro (“Annozero” costa 21 eurocent a persona).

Mi associo in pieno all’appello di Massimo Mucchetti. Anch’io auspico che si realizzi quanto prima una gestione “aziendale” della Rai attraverso l’adeguata trattazione del capitolo dei centri di costo, ben noto a chi si occupa di controllo di gestione: scelto l’oggetto di controllo (il canale Rai, la trasmissione, o altro) facente capo al centro produttivo, a quest’ultimo vanno imputati tutti i costi ed i ricavi che allo stesso sono riconducibili secondo una relazione diretta di causa-effetto, come anche sono imputati i costi indiretti di centro secondo una base di riparto selezionata. Al centro produttivo, poi, viene ribaltata opportunamente una parte degli oneri (costi comuni) che grava sugli altri centri dell’intera struttura, ausiliari al centro di costo produttivo, affinché si completi la configurazione di costo pieno e quindi si proceda alla valutazione del margine di guadagno.

Considerare i soli oneri della trasmissione o del canale Rai, senza riferimento ai benefici, e magari attribuire agli stessi una quota parte dei costi indiretti sulla base di un criterio discutibile e non dichiarato in modo esplicito, significa non solo peccare intellettualmente, ma anche privare altre persone competenti (nel mondo della politica o del giornalismo) degli strumenti di valutazione dei risultati gestionali che stanno a fondamento dell’analisi di bilancio, ovvero impedire il contributo pieno alla crescita dell’azienda pubblica nel contesto concorrenziale.

La misura del rischio finanziario /2 – Condizioni, formula e beneficio della Leva Finanziaria

Il significato di Leva Finanziaria (http://www.questidenari.com/?p=1437), esplicitato nel termine stesso, fa comprendere che la proprietà può sfruttare un “punto di appoggio” per aumentare il Return on Equity.

In altri termini, l’impresa che ricorre all’indebitamento nei confronti delle banche ha la possibilità di ottenere una maggior tasso di remunerazione sui mezzi propri – riassunto nell’indicatore ROE costituito dal rapporto tra reddito netto e patrimonio netto, ovvero tra il risultato d’esercizio e la somma del capitale sociale e delle riserve.

La misura del beneficio, ma anche la sussistenza delle condizioni a cui lo stesso viene ottenuto, sono chiariti nel momento in cui si proceda ad una formalizzazione del ROE piuttosto semplice nei passaggi algebrici. Se la somma tra il capitale di terzi (CT) ed il patrimonio netto (PN) rappresenta il capitale complessivamente investito in azienda (CI) che al momento ipotizziamo costante, e indichiamo con “i” il tasso passivo sulla concessione dei finanziamenti da terzi (rappresentati dalle banche), con “q” il rapporto tra i debiti ed il capitale investito (q = CT/CI), con “t” l’aliquota (media) fiscale che colpisce il reddito operativo (RO) al netto degli oneri finanziari (OF), la formula [1] del reddito netto (RN) si sviluppa nel seguente modo dopo aver diviso primo e secondo membro per PN:

[2] ROE = RN / PN = (1-t) / (1-q) • (ROI – i•q)

essendo state effettuate le sostituzioni

OF = i • CT = i•q•CI

OT = t • (RO – OF)

ed essendo, come è noto

ROI = RO / CI.

La formula [2], rappresentata graficamente su un sistema di assi cartesiani con ROI in ascissa e ROE in ordinata, esprime una retta con intercetta negativa ed inclinazione positiva, dato che i valori di “t” e “q” – entrambi compresi tra 0 e 1 – rendono sempre positivo il coefficiente del ROI:

Tav. 1

Tav. 1 rappresentazione grafica del Roe in funzione del Roi con indebitamento costante_edited

Se proviamo ad aumentare il quoziente di indebitamento q portandolo al livello q’ attraverso un’operazione di maggior indebitamento (∆CT>0), dovremo disegnare una nuova retta, incidente alla prima nel punto avente ascissa “i”, la cui inclinazione (di nuovo positiva) risulta maggiorata (perché diminuisce il denominatore del coefficiente angolare nella [2]), come accade anche all’intercetta negativa:

Tav. 2

Tav. 2: effetto Leva Finaziaria - rappresentazione grafica del Roe in funzione del Roi con aumento del coefficiente d'indebitamento

L’effetto “leva finanziaria”, a parità di condizioni e per un dato livello di ROI, è rappresentato dalla maggiorazione del tasso di ritorno sui mezzi propri, ed è quantificato dalla differenza LF = ROE’ – ROE, conseguente all’aumento dei debiti verso le banche.

Ma se la leva finanziaria costituisce il “beneficio” sul Return on Equity, non è detto che tale situazione migliorativa si presenti ogni qualvolta si ricorre al debito!

Esattamente, affinché la proprietà decida di effettuare l’operazione descritta, è necessario accertarsi che sussista la condizione di equilibrio economico, sintetizzabile nella disuguaglianza ROI > i.

Come potrete agevolmente verificare dall’ultimo grafico di Tav. 2, solo se il tasso di ritorno sui capitali complessivamente investiti è maggiore del tasso di interesse mediamente pagato sui debiti vi sarà convenienza a “saltare” sulla seconda retta – associata al quoziente d’indebitamento q’ – al fine di ottenere un valore di LF positivo.

Diversamente, qualora il ROI fosse inferiore al tasso i, l’indebitamento si tradurrebbe in un effetto leva finanziaria negativo – con evidente peggioramento sui ritorni della proprietà – mentre il punto di indifferenza, in cui LF = 0, ha coordinate P (i, i(1-t)). Se riflettete sulla questione, capirete uno dei motivi per cui le banche, quando effettuano istruttoria per valutare la possibilità di finanziare un’impresa, chiedono la consegna di copia del bilancio per paragonare la consistenza del reddito realizzato alla somma delle immobilizzazioni e del magazzino.

In ultimo, la misura del rischio, come appare evidente dalla nuova retta, è dettata dalla maggiore pendenza che comporta più forti variazioni positive o negative di ROE, rispetto alla situazione iniziale registrata sulla prima retta, relativamente al caso di aumento del ROI o al caso di una sua diminuzione identica in termini di valore assoluto. In altre parole, in un intorno positivo o negativo del punto di ascissa ROI, il ∆ROE è maggiore per la funzione associata al più alto livello di indebitamento.

(continua http://www.questidenari.com/?p=1544)

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