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Legge di stabilità 2013: Tobin Tax

(continua da “Legge di stabilità 2013: Imu, Iva, detrazioni per figli a carico, crediti iscritti a ruolo e cartelle pazze”)

Il comma 491 introduce la Tobin Tax con la definizione dell’imposta pari allo 0,2% sul valore delle transazioni finanziarie, inteso come valoredel saldo netto delle transazioni regolate giornalmente relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto, ovvero il corrispettivo versato”.

E’ soggetto all’imposta il trasferimento della proprietà (escluse successione e donazione) di azioni e altri strumenti finanziari partecipativi di cui al 6° comma dell’art. 2346 del c.c., emessi da società residenti nel territorio dello Stato, nonché di titoli rappresentativi degli stessi strumenti indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente.

L’imposta, dovuta indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione e dallo Stato di residenza delle parti contraenti, viene corrisposta riducendo della metà l’aliquota per i trasferimenti effettuati su mercati regolamentati e sistemi multilaterali di negoziazione (quindi: 0,1% in Borsa e 0,2% sui mercati Over The Counter).

E’ soggetto all’imposta anche il trasferimento di proprietà di azioni che avvenga per effetto della conversione di obbligazioni, mentre rimangono escluse le “operazioni di emissione e di annullamento dei titoli azionari e dei predetti strumenti finanziari, nonchè le operazioni di conversione in azioni di nuova emissione”.

Il comma 492 stabilisce in misura fissa, da un minimo di 2,5 centesimi di euro ad un massimo di 100 euro in base al valore nozionale del contratto ed al tipo di strumento derivato, l’imposta applicata per le operazioni su

        strumenti finanziari derivati di cui all’art. 1, comma 3, del DLgs. 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, che abbiano come sottostante prevalentemente uno o più strumenti finanziari di cui al precedente comma 491, o il cui valore dipenda prevalentemente da uno o più degli strumenti finanziari di cui al medesimo comma;

        valori mobiliari di cui all’art. 1, comma 1-bis, lettere c) e d), del medesimo decreto legislativo, che permettano di acquisire o di vendere prevalentemente uno o più strumenti finanziari di cui al comma 491 o che comportino un regolamento in contanti determinato con riferimento prevalentemente a uno o più strumenti finanziari indicati al precedente comma, inclusi warrants, covered warrants e certificates.

Se le operazioni descritte prevedono regolamento a mezzo trasferimento di azioni o altri strumenti finanziari partecipativi, il trasferimento stesso della proprietà è soggetto ad imposta nella misura e con le modalità indicate al comma 491.

Il comma 494 individua i soggetti passivi del tributo: l’imposta sulle transazioni aventi ad oggetto azioni ed altri strumenti finanziari partecipativi è dovuta dal soggetto a favore del quale avviene il trasferimento, mentre l’imposta sulle operazioni in derivati è dovuta da entrambe le controparti.

Obbligate al versamento sono le banche, le società fiduciarie e le imprese di investimento abilitate all’esercizio professionale nei confronti del pubblico dei servizi e delle attività di investimento (art. 18 del DLgs. 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni), nonché gli altri soggetti che intervengono nell’esecuzione delle stesse operazioni, ivi compresi gli intermediari non residenti. Qualora nell’esecuzione dell’operazione intervengano più soggetti tra quelli indicati, “l’imposta è versata da colui che riceve direttamente dall’acquirente o dalla controparte finale l’ordine di esecuzione. Negli altri casi l’imposta è versata dal contribuente.

L’imposta deve essere versata entro il giorno 16 del mese successivo a quello del trasferimento della proprietà delle azioni o degli altri strumenti finanziari partecipativi ovvero della conclusione delle operazioni sugli strumenti derivati.

Viene introdotta dal comma 495 l’imposta che, con l’aliquota dello 0,02%, colpisce il controvalore degli ordini annullati o modificati – al di sopra di una soglia numerica stabilita e nel corso di una giornata di borsa – relativi ad operazioni effettuate sul mercato finanziario italiano aventi ad oggetto gli strumenti finanziari di cui ai commi 491 e 492. Sono definite negoziazioni ad alta frequenza quelle generate “da un algoritmo informatico che determina in maniera automatica le decisioni relative all’invio, alla modifica o alla cancellazione degli ordini”, dove le decisioni vengono assunte in un intervallo temporale non superiore al mezzo secondo.

L’imposta sulle negoziazioni ad alta frequenza è dovuta dal soggetto per conto del quale sono eseguiti gli ordini (comma 496).

Il comma 497, infine, stabilisce che l’imposta relativa ai trasferimenti di cui al comma 491 e l’imposta sulle negoziazioni ad alta frequenza relative agli stessi trasferimenti si applicano alle transazioni concluse a decorrere dal 1° marzo 2013; per le operazioni di cui al comma 492 e per quelle di cui al comma 495 su strumenti finanziari derivati, invece, la decorrenza è fissata al 1° luglio 2013.

Per l’anno 2013 l’imposta sui trasferimenti di azioni, di altri strumenti finanziari partecipativi e di titoli rappresentativi dei predetti strumenti (cfr. comma 491, 1° periodo), è fissata nella misura dello 0,22%, mentre è fissata allo 0,12% l’imposta sui trasferimenti che avvengono in mercati regolamentati e sistemi multilaterali di negoziazione (cfr. comma 491, 6° periodo).

L’imposta dovuta sui trasferimenti di proprietà di cui al comma 491, sulle operazioni di cui al comma 492 e sugli ordini di cui al comma 495 effettuati fino alla fine del terzo mese solare successivo alla data di pubblicazione del decreto di cui al comma 500 è versata non prima del giorno sedici del sesto mese successivo a detta data”.

L’esposizione delle banche italiane al rischio emittente dei PIGS

Meno di due anni fa, all’indomani dello scandalo Lehman Brothers, gli Stati e gli organismi finanziari sovranazionali reagirono alla condizione di scarsa liquidità venutasi a determinare nel sistema finanziario predisponendo misure a sostegno dell’economia. In Italia si dette il via ai c.d. Tremonti bond, titoli obbligazionari bancari che, una volta sottoscritti dal Ministero dell’Economia, avrebbero rafforzato il capitale di vigilanza degli istituti di credito al fine di rendere più agevole l’erogazione dei prestiti ai richiedenti.

Al momento, sia pure in maniera marginale e non generalizzata, si assiste ad un aggravamento della situazione: ad entrare in crisi è lo stesso Stato sovrano, incapace di produrre reddito a sufficienza, e di conseguenza la banca che, in ottemperanza ai dettami fissati da Basilea2, ha rafforzato il proprio patrimonio inserendo in portafoglio la “sicurezza” dei titoli di Stato (fonte: IlSole24Ore.com).

E la liquidità utilizzata dalle banche per acquistare bond governativi è stata attinta dalla Bce, secondo un meccanismo che ha permesso agli istituti di finanziarsi a breve termine all’1% ed investire a lungo termine a tassi almeno 3 volte maggiori – a ben vedere, si tratta di una logica per taluni aspetti simile a quella che innescò la crisi americana dei subprime, quando le banche, rifornite di denaro a costo limitato, finanziarono l’acquisto della casa da parte di tanti privati fino allo scoppio della bolla immobiliare.

Con riferimento all’attuale scenario nostrano, per i primi dieci gruppi bancari italiani le attività finanziarie sono costituite al 54% da titoli di debito (fra cui i titoli di Stato, pari a circa 1/3 del totale investito, oltre ad obbligazioni bancarie e societarie), al 31,5% da derivati a scopo speculativo, e al 10% da azioni e quote di fondi comuni d’investimento.

In termini di miliardi di euro, secondo dati parziali, i portafogli delle maggiori banche italiane contengono titoli PIGS – ovvero titoli del debito pubblico emessi da Paesi periferici a rischio nella zona Euro – nella seguente misura modesta, ma soggetta a successivi aggiornamenti: Unicredit (1,6), Intesa Sanpaolo (1,1), Mediobanca (0,4), Monte dei Paschi di Siena (0,35), Banco Popolare (0,24).

Fonte: IlSole24Ore.com

(articolo correlato: http://www.questidenari.com/?p=2689)

(per il bilancio 2010, per il 1° bilancio trimestrale 2011 ed il pagamento a maggio dei dividendi di Unicredit si legga http://www.questidenari.com/?p=4199)

L’effetto Grecia su Btp e governativi europei, obbligazioni societarie, bilanci regionali e tassi previsti

Negli ultimi giorni le vicende dei mercati finanziari hanno mostrato comportamenti degli operatori in controtendenza rispetto alle consuete logiche di acquisto dei titoli obbligazionari, registrate dai tempi dell’ultimo grande scandalo Lehman Brothers e consolidate dallo scoppio della bolla speculativa di Dubay.

I bond decennali della Grecia – con rendimenti cresciuti ben oltre quota 9% per la prima volta dall’anno 2001 di ingresso nella zona Euro, e col differenziale rispetto al Bund tedesco di pari durata salito a 682 basis points – sono stati protagonisti delle ultime contrattazioni di Borsa: colpiti dal recente abbassamento drastico del merito di credito (junk) di Standard & Poor’s che, se confermato dai giudizi delle altre agenzie di rating, renderebbe le obbligazioni di Atene come carta straccia ai fini dell’ottenimento di liquidità da parte della Bce, i governativi ellenici devono essere valutati nel contesto che vede protagonisti in negativo i titoli dei rimanenti PIGS, e quindi alla luce degli indicatori della ripresa economica e finanziaria di Eurolandia.

E infatti i numeri di Eurostat indicano rischio stagnazione, dato che l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha abbassato le stime del PIL dei 16 Paesi sovrani a livello di “crescita 0” per i prossimi trimestri. Più ottimista l’OCSE, che ha portato le stime di crescita delle 7 maggiori economie dell’Eurozona a quota 1,9% (+0,4%), ma che al tempo stesso ha raccomandato alla Bce di non alzare i tassi di interesse (per le previsioni sui tassi Euribor e Irs si veda http://www.questidenari.com/?p=2530).

In questo scenario originale, gli acquisti delle obbligazioni si spostano dal fronte governativo a quello societario. I corporate bond, complice la revisione di alcune previsioni pessimistiche sul tasso di default di molte società private, sembrano attrarre molto più di quanto si potesse immaginare fino a pochi mesi fa, quando (sempre) S&P aveva lanciato l’allarme sulla scadenza 2010 di molte obbligazioni societarie. Ed invece i segnali di ripresa economica tradotti in risultati delle trimestrali che hanno rafforzato i bilanci e abbassato i debiti, i costi di finanziamento ancora bassi e la domanda interessata, hanno fatto rivedere in positivo le stime iniziali.

Le vendite dei titoli greci si possono motivare anche in questo modo, per quanto è bene sottolineare che all’investitore medio conviene sempre valutare la coerenza del proprio asset di portafoglio con i propri obiettivi di spesa e propensione al rischio, piuttosto che scegliere in base all’emotività del momento. Per chi investe in fondi comuni obbligazionari governativi europei distribuiti in Italia ed Etf, ad esempio, è rassicurante considerare che la percentuale di strumenti finanziari greci si aggira in media tra il 3% ed il 4% del patrimonio complessivo nelle predette forme di investimento, rispettivamente.

Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’ultima asta dei titoli di Stato ha assunto il significato particolare di “prova” dell’affidabilità dell’emittente tricolore.

L’asta del Btp triennale scadenza 15/12/2012 con rendimento lordo annuo a 2,07% (+0,37%), e l’asta del Btp decennale scadenza 01/09/2020 con rendimento lordo annuo a 4,09% (+0,13%), sono da considerarsi soddisfacenti per la richiesta superiore all’offerta. Il Cct scadenza 01/03/2017 ha fatto segnare un rendimento annuo lordo pari a 1,63% (+0,5%).

Rimanendo sulle vicende nostrane, l’effetto Grecia comincia ad essere avvertito pure in Regione Lombardia: l’opposizione accusa il presidente Formigoni di non adottare la necessaria trasparenza in merito alle operazioni di gestione di un fondo ammortamento costituito per la restituzione delle risorse raccolte col bond Lombardia del 2002: 115 milioni di euro del patrimonio del fondo sarebbero stati investiti proprio in titoli di Stato della Grecia dalle banche Merrill Lynch e UBS Warburg, cessionarie a mezzo strumento derivato. In caso di fallimento dello Stato sovrano, l’ammanco verrebbe a gravare sui cittadini della Lombardia.

Fonti web varie: Mornigstar.it (Marco Caprotti, 27.04.2010), Mornigstar.it (Marco Caprotti, 28.04.2010), Mornigstar.it (Mario Portioli), IlSole24Ore.com, IlCorriere.it

Tasso variabile: col cap o senza? Un quesito aperto

 

Non so se la lettura dell’articolo vi fornirà certezze sull’uso del tetto massimo da applicare al tasso fluttuante del vostro mutuo appena ottenuto, ma almeno vi aiuterà a comprendere come opera sul piano tecnico quella che viene definita una “copertura assicurativa” sugli interessi da pagare.

Pochi giorni fa mi trovavo in banca a trattare l’acquisto di un cap, per conto di un’azienda mia assistita, al fine di limitare l’esborso per la rata di mutuo in caso di futuri rialzi del tasso variabile.

Dopo aver ascoltato in religioso silenzio che si trattava di un derivato proposto nel rispetto della direttiva comunitaria Mifid – era evidente l’imbarazzo del personale bancario per la sola pronuncia di quella parola! – veniva posto alla mia attenzione uno strumento dalla durata quinquennale, pagabile in unica soluzione anticipata al premio dell’1,56% da applicarsi all’importo erogato di Euro 130000, che fissa lo strike al 3% e restituisce l’eccedenza dell’Euribor a 6 mesi su base 360 (eventualmente) pagata con ritardo trimestrale rispetto al versamento della quota interessi del mutuo da corrispondersi con periodicità semestrale.

informativa-pre-contrattuale-cap1                   All’atto pratico, tutto ciò significa che qualora l’Euribor – in quel momento fissato all’1,38% – salisse fino al 3%, gli interessi da corrispondere andrebbero di pari misura; invece, qualora l’Euribor superasse il 3%, detto tasso si “trasformerebbe” in un fisso al 3% (CAP = tetto) dato che l’eccedenza verrebbe restituita dopo 3 mesi dal pagamento della rata stabilita nell’atto di mutuo.

Chiarito che piano di ammortamento e Interest Rate Cap rappresentano due operazioni distinte, che la restituzione delle quote capitali segue il piano di ammortamento “francese” ovvero gli interessi sono calcolati su una base che decresce lentamente nel periodo iniziale del mutuo, e che occorre risolvere alcune problematiche relative alle operazioni di matematica finanziaria che rendano paragonabili tra loro gli importi maturati a scadenze di tempo diverse, c’è da domandarsi QUANTO debba salire il tasso Euribor al fine di ripagare l’esborso iniziale, rendendo così “equa” l’operazione.

A tal fine ho ipotizzato che:

        il tasso Euribor abbia raggiunto il proprio minimo a prescindere dalle prossime decisioni della BCE (fonte del 29 giugno 2009: ARITMA), e che quindi possa soltanto salire nei prossimi 5 anni

        la “copertura assicurativa” del CAP intervenga solo negli ultimi 3 anni, ovvero a partire dalla conclusione del secondo anno di mutuo

        il debito residuo del piano di ammortamento al 3°, 4° e 5° anno, a prescindere dalle variazioni future del tasso, sia quello desumibile dal prospetto elaborato in epoca iniziale dal calcolatore della banca facendo uso di tasso fisso (necessariamente!) pari all’Euribor di periodo

        il tasso di interesse applicato alle operazioni finanziarie di attualizzazione/capitalizzazione sia pari al 15% (I° alternativa: costo opportunità = ROI aziendale), oppure pari al 3% (II° alternativa: costo opportunità = tasso di rendimento dei Titoli di Stato).

Pertanto:

1) definito il differenziale di interesse alla generica semestralità come prodotto tra il debito residuo (alla stessa semestralità) e la differenza tra i tassi equivalente Euribor semestrale ed equivalente strike semestrale,

2) riportato all’epoca iniziale ciascun differenziale in base al fattore di attualizzazione che fa uso dell’equivalente ROI semestrale (I° alternativa),

la somma dei prodotti dei fattori elencati ai punti 1) e 2), calcolati per ogni semestralità degli ultimi 3 anni di durata del CAP, fornisce il valore attuale, in epoca 0, delle somme restituite dalla banca all’azienda a titolo di copertura dai rialzi di tasso.

Detto valore attuale si presta ad essere paragonato all’esborso iniziale sostenuto dall’azienda, come noto, pari al premio di Euro 2028.

Procedendo per tentativi (il calcolatore programmabile ha sostituito degnamente le vecchie tavole d’interpolazione!), si scopre che l’operazione è finanziariamente equa per un livello dell’Euribor nei prossimi 5 anni pari a 3,915% annuo, mentre, nella II° alternativa di utilizzo del tasso di attualizzazione al 3%, il livello di equilibrio dell’Euribor si abbassa al 3,615%.

Euribor*

ROI

П

3,915%

15%

 

3,615%

 

3%

 

Voi cosa consigliereste alla mutuataria???

I dati indicano che, nella prima alternativa, l’operazione è conveniente per l’azienda solo se l’Euribor si stabilizza oltre il 3,915%: ci può stare che l’Euribor superi questo livello nell’arco temporale dei prossimi 5 anni, ma potrebbe anche tornare ad abbassarsi in modo che la restituzione della banca non valga la spesa iniziale dell’azienda!

Vi posso aggiungere: un mio conoscente promotore finanziario, interpellato dal Vostro Autore colto dalla tempesta del dubbio, ha confermato che in questo momento storico non vi è urgenza di utilizzo della copertura e che, nella difficoltà oggettiva di stimare l’andamento dei tassi di mercato dei prossimi anni, si potrebbe tentare di chiedere alla banca un abbassamento delle condizioni di costo (che pure sembra nella media rispetto alle condizioni praticate da altri istituti di credito) qualora si fosse in presenza di somme rilevanti, di proprietà dell’azienda, gestite dalla stessa banca depositaria ……… ovvero in presenza di un elevato spread applicato al tasso Euribor del mutuo ………